I primati vivono in un mondo come il nostro: fatto di amicizie, inganni, lotte per il potere, emozioni, tradizioni, persino cultura. E quanto ad inventiva e furbizia, non hanno niente da invidiare all’uomo. Siamo sicuri, allora, di essere tanto diversi?
di Gianna Milano e Chiara Palmerini (Panorama del 30 agosto 2001 - TIME)
Benvenuti in un futuro non troppo distante: le scimmie dominano le città e il pianeta Terra. E’ lo scenario inquietante della nuovo versione cinematografica del "Pianeta delle scimmie", regista Tim Burton, già in testa agli incassi: 166 milioni di dollari nei primi 13 giorni di proiezione. Potrebbero mai questi nostri antenati pelosi arrivare a sottometterci e a governare il mondo? Risponde Frans de Waal, uno dei maggiori primatologi, che ha passato quasi trent’anni della sua vita a osservare questi animali: "Forse perchè noi primatologi abbiamo una più alta considerazione delle scimmie rispetto alla maggior parte della gente, non ci sconvolge l’idea che possano avere le loro classi sociali, tradizioni, lotte di potere, aggressività, gelosie. Per noi non è finzione, e nemmeno fantascienza, ma semplice realtà" scrive lo studioso olandese, autore di "The Ape and the Sushi Master" (in uscita da Garzanti), saggio dedicato alle sorprendenti capacità di questi animali.
Nella grande piramide evolutiva, scimpanzè, bonobo, gorilla, e orango sono in cima accanto agli esseri umani. Condividono con noi il 99% del DNA, caratteristiche anatomiche, strutture celebrali, perfino il comportamento nei primi tre anni di vita. Per usare le parole di Richard Wrangham, etologo all’università di Harvard: "Gli scimpanzè, come gli uomini, ridono, fanno la pace dopo un litigio, si aiutano nei momenti difficili, si curano con rimedi naturali, si mettono in guardia gli uni con gli altri dal mangiare cibi velenosi, collaborano nella caccia, tengono a bada i vicini, perdono le staffe, si eccitano se scoppiano temporali, inventano modi per mettersi in mostra, hanno tradizioni di famiglia e di gruppo, usano utensili, progettano, imbrogliano, elaborano stratagemmi, si addolorano, sono crudeli, ma anche teneri". Man mano che la ricerca scientifica procede si dissolvono le barriere fra "noi" e "loro". Insomma, come scrive de Waal, non c’è bisogno di essere uomini per essere umani.
In esclusiva alla nostra razza era finora rimasta la cultura, ritenuta la più alta delle espressioni intellettuali, l’essenza stessa dell’umanità. E’ caduto invece anche questo privilegio, come informano gli ultimi studi dei primatologi. E’ vero, bisogna prima intendersi su che cos’è la cultura. Di solito si pensa ad arte, musica, letteratura. Ma c’è un modo più semplice di definirla: l’insieme di comportamenti trasmessi da una generazione all’altra, che variano tra le varie popolazioni ma non sono attribuibili a fattori genetici o ambientali. "Questa è l’essenza della cultura" sostiene de Wall."Il resto è solo abbellimento". E se questa è l’essenza della cultura, allora non c’è dubbio che scimpanzè e bonobo, le scimmie il cui comportamento è stato più studiato sia in natura che in cattività, sono animali culturali.
Le condizioni di base perchè certi comportamenti possano essere appresi e trasmessi si trovano in altri animali, oltre all’uomo. "Perchè si possa parlare di cultura è necessario che un individuo riconosca i propri compagni, abbia legami stabili con la sua comunità è la capacità di comunicare" spiega Andrea Campiero Ciani, antropologo e docente di etologia e psicologia evoluzionistica all’università di Padova. In base a questa definizione, perfino le danze delle api per indicare alle compagne la distanza dal cibo, diverse a seconda delle regioni, sono cultura. Un punto di svolta sono state le idee dell’antropologo giapponese Kinji Imanishi, che per primo suggerì negli anni Cinquanta come la cultura non fosse prerogativa dell’uomo. In Oriente le scimmie sono tenute in grande considerazione, quindi non è un caso che proprio i giapponesi siano stati i protagonisti della ricerca più innovativa sui primati. Il corrispettivo dei tre Re Magi nella Bibbia nel buddismo sono tre macachi. E in giapponese c’è uno speciale suffisso onorifico per chiamare le scimmie: o-saru-san, qualcosa come Signor scimmia.
Il primo comportamento culturale osservato tra i primati è stato quello dei macachi della piccola isola di Koshima, in Giappone, negli anni Cinquanta. I primatologi osservarono stupiti che Imo, una giovane femmina, lavava le patate sporche di sabbia in un vicino corso d’acqua, comportamento mai visto prima. Ben presto la maggior parte delle scimmie del suo gruppo cominciò a fare lo stesso. Le prove che negli anni si sono raccolte sulla capacità di apprendimento sociale delle scimmie sono ormai numerose. Nel ‘99 Andrew Whiten, professore di psicologia è leader dì un famoso gruppo di ricerca sui primati in Scozia, ha documentato ben 39 comportamenti culturali diffusi fra comunità di scimpanzè (Pan trolodytes).
Ciascuna ha i suoi usi è costumi che variano da una comunità all’altra, come ha cominciato a osservare negli anni 60 Jane Goodall, che ha passato 40 anni della sua vita in Africa. Gli scimpanzè amano cibarsi di termiti, però si servono di tecniche diverse per pescarle. Quelli di Tai, in Costa D’Avorio, inseriscono un rametto di una trentina di centimetri, privato delle foglie, nel nido è aspettano pochi secondi affinchè le termiti risalgano. Quindi estraggono il bastoncino è se lo fanno cadere in bocca. A Gombe, in Tanzania, dove Goodall ha compiuto la maggior parte delle sue osservazioni, gli scimpanzè si servono invece di uno stecchetto lungo il doppio. Aspettano che le termiti vi salgano e poi passando la mano lungo il ramo, raccolgono una manciata di termiti e le mangiano. Un gesto rapido e sapiente. -Gli scimpanzè di Gombe riderebbero di quelli di Tai per il loro metodo primitivo di pesca delle termiti- ha detto William McGrew, che nel suo libro del 1992 Chimpanzee material culture, ha elencato 19 tipi di attrezzi usati in diverse comunità di scimpanzè.
E' la tradizione del gruppo che determina la tecnica usata. Per esempio, per schiacciare un particolare tipo di noci dal guscio molto duro, di cui sono ghiotti, gli scimpanzè osservati dal primatologo Christoph Boesch hanno messo a punto una specie di incudine (una pietra cava) su cui spaccano la noce usando un altro sasso come martello. In alcune comunità le noci vengono rotte in maniera meno sofisticata. E in altre ancora non vengono prese in considerazione come cibo. Nella foresta di Tai solo gli scimpanzè che vivono a ovest del fiume Sassandra consumano noci. Trenta chilometri più in là, in un habitat del tutto simile, altri le ignorano.
L'apprendimento per imitazione, osservano i ricercatori, può diffondersi molto rapidamente. Nelle foreste dell'Atlante, in Marocco, una comunità di macachi ha imparato a scortecciare i cedri per ricavarne acqua e nutrimento. Ben presto come ha scritto Camperio Ciani, questo comportamento che prima non esisteva si è talmente diffuso da minacciare l'ambiente. Liquidare queste capacità come mera imitazione (di chi copia senza metterci nulla di proprio si dice che -scimmiotta-) significa, secondo de Waal, negare alle scimmie ogni talento o potenzialità cognitiva, abilità che invece hanno dimostrato di possedere.
Anche nel caso del linguaggio gli scimpanzè hanno infranto un'altra delle barriere che li separava dall'uomo. L'esempio più famoso è Washoe, una femmina allevata da due studiosi, Allen e Beatrix Gardner ha imparato il linguaggio dei segni e l'ha usato in maniera creativa, come altri scimpanzè, per inventare nuove parole quali - uccello- acqua - per indicare un'anatra o -bambino-elefante- per riferirsi a pinocchio. Non solo, senza che nessuno glielo avesse mostrato, un piccolo dato in adozione a Washoe ha imparato il linguaggio dei segni. Glielo aveva insegnato lei: era il primo cucciolo di primate che apprendeva da una madre non umana il linguaggio umano. Secondo David Premack, altro studioso delle capacità linguistiche degli scimpanzè, l'apprendimento del linguaggio sembra favorire lo sviluppo del pensiero e l'abilità a risolvere i problemi. Anche nella capacità di provare emozioni e capire i sentimenti altrui le scimmie ci somigliano. Nel suo libro sui bonobo (Pan paniscus), veri campioni di empatia, de Waal racconta episodi su questa specie di scimpanzè, la più vicina all'uomo. Kuni una femmina di sette anni allo zoo di Twycross, in Gran Bretagna, un giorno cattura uno storno. Per paura che gli possa fare male, la guardiana che si occupa delle scimmie le chiede di lasciarlo andare. Kuni mette l'uccello sul palmo del piede, come per farlo volare, ma lo storno, impietrito, non si muove. Allora Kuni lo prende delicatamente, si arrampica su un albero e, afferrandosi con i piedi al tronco, apre le ali dello storno e lo incoraggia a volare via. Altro esempio di condivisione di sentimenti raccontato dal primatologo è quello di una ricercatrice californiana. La donna torna allo zoo di Stoccarda, dove ha studiato le scimmie, con in braccio il bambino che ha appena avuto. Lo mostra con orgoglio al bonobo. La femmina dominante del gruppo guarda e scompare in una gabbia vicina. Poi torna con il suo ultimo nato e glielo mostra.
Interpretare questi episodi, in apparenza esempi evidenti di consapevolezza, bontà, orgoglio materno, come sentimenti -umani- non è del tutto automatico. Psicologi, primatologi, filosofi della mente dibattono su come sia possibile attribuire consapevolezza di sé a un animale. E' quasi impossibile intuire ciò che una persona prova, se non ce lo dice. Come fanno a sapere se animali che non usano il linguaggio verbale pensano? Gli indizi raccolti finora dicono che gli scimpanzè posseggono consapevolezza di se stessi e degli altri: unici fra gli animali a parte forse i delfini, come è stato di recente dimostrato, a sapersi riconoscere in uno specchio. Già Charles Darwin, il padre della teoria dell'evoluzione, nel 1872 descrisse la reazione di due giovani oranghi cui aveva dato uno specchio: prima pensarono di vederci riflesso un loro simile, poi guardarono dietro e alla fine si mostrarono turbati.
Al centro Yerkes di ricerca sui primati ad Atlanta, dove lavora de Waal, sono state filmate le reazioni di bonobo davanti a uno specchio: si riconoscono, ispezionano il loro corpo, analizzano l'interno della bocca, si decorano il capo con foglie, frutti o rami e si guardano per vedere come stanno. Gli scettici obiettano che gli animali possono essere intelligenti, nel senso che hanno eccellenti capacità di elaborare informazioni, ma non posseggono l'esperienza soggettiva che è l'essenza della consapevolezza di sé umana. Comunque la pensino, su un punto tutti i ricercatori concordano: -Ciò che si scopre osservando gli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi, serve a ricostruire come si è evoluta la mente umana e a capire quale distanza ci separa da loro- ha osservato Whiten. Noi siamo, in fondo dopo bonobo, scimpanzè, oranghi e gorilla, la quinta grande scimmia. -Ed è solo la fragilità dell'ego umano che trattiene i biologi dal sottolineare questo punto- conclude de Waal.
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