RIABILITATI CON LA MEDITAZIONE IL SUCCESSO DEL MODELLO INDIANO
di PAOLO COLONELLO
(LA STAMPA del 5 luglio 2000)
MILANO- A un certo punto ha chiesto al direttore generali delle carceri italiane Giancarlo Caselli, al direttore di San Vittore Luigi Pagano e alle centinaia di studenti e docenti che l'ascoltavano nell'aula magna dell'Università Cattolica per un convegno sulle carceri, di chiudere gli occhi per tre minuti e meditare sul proprio respiro. Tre minuti di silenzio assoluto per comprendere la difficoltà di controllare il pensiero e dunque i propri istinti, compresi quelli criminali. Tre minuti per capire la grandiosità di un esperimento che potrebbe diventare la nuova frontiera della riforma penitenziaria nel mondo. Perchè lei Kiran Bedi, minuta cinquantenne del Punjab dalla pelle olivastra e il sorriso bianchissimo, la sua scommessa sulle carceri l'ha vinta così, con la meditazione.
Questa piccola donna dai grandi primati - prima donna poliziotto in India nel 1972, prima campionessa asiatica di tennis, primo ispettore generale donna nel suo paese, premio Nobel asiatico -Ramon Magsaysay- è stata infatti fino a due anni fa a capo di un'immane struttura carceraria dove vivono reclusi quasi diecimila detenuti indiani, in maggioranza uomini, di cui 6.000 in attesa di giudizio: Tijhar, periferia di New Delhi. Forse una delle più grandi prigioni al mondo, un ex inferno di diseredati e criminali che questa incredibile donna nel 1993 ha deciso di trasformare in un gigantesco esperimento spirituale che ha permesso il recupero della quasi totalità dei suoi abitanti. -Oggi - dice con fierezza Kiran Bedi - l'80 per cento dei detenuti di Tihar, quando esce dalla prigione è per sempre-. Insomma un miracolo.
Prima ha iniziato lei, come al solito. Poi lo ha proposto alle sue guardie, uomini duri, abituati alla violenza quotidiana. Quindi lo ha fatto sapere ai detenuti: dieci giorni da passare in silenzio, isolati dal resto della comunità per imparare a controllare mente e respiro. E in capo a un anno, Kiran Bedi, ha trasformato Tijhar da carcere duro e fatiscente in un immenso centro di meditazione dal quale escono con nuove speranze uomini e donne altrimenti destinati a una vita in prigione. -Se lo scopo della prigione è soltanto la punizione - spiega affabile Kiran Bedi - allora va bene la massima sicurezza. Ma questa non porta a nulla se non alla recidività dei reati, perchè sicurezza senza riabilitazione è soltanto una doppia punizione. E quando i detenuti lasceranno il carcere, avranno come unico scopo quello di punire la società, mossi da un desiderio di vendetta. Se invece vogliamo fermare questa porta rotante delle prigioni dove si continua ad uscire e a entrare, dobbiamo smettere di occuparci solo dei corpi dei detenuti e occuparci delle loro menti-. Ovviamente l'inossidabile direttrice in poco tempo è riuscita anche ad accompagnare a questa intuizione rivoluzionaria una serie di riforme tangibili e più occidentali: l'istituzione di programmi per tossicodipendenti, il miglioramento delle condizioni sanitarie, l'arricchimento degli strumenti di istruzione e educazione: -Abbiamo istituito la regola delle tre "C": correzione, comunità, collettività. Il guardarsi dentro di guardie e detenuti ha contribuito a far si che tutto ciò si realizzasse facilmente-.
Ma è esportabile questo progetto? -Non c'è bisogno di esportarlo: basta capirlo perchè si basa semplicemente sulla natura della mente umana. La meditazione non è legata alla religione ma è un'esperienza di controllo interiore che permette di approfondire, volendo, ogni religiosità, induista o cristiana che sia -. Un successo talmente clamoroso che ora le tecniche di gestione penitenziaria e di meditazione messe a punto da Kiran Bedi, secondo il sistema meditativo indù Vipassana (silenzio, controllo della respirazione, riflessione su se stessi e sulla propria rabbia), vengono studiate un po' ovunque e negli Stati Uniti, a Seattle e Sacramento, dove sono state applicate, hanno prodotto gli stessi incredibili risultati: i detenuti hanno imparato non solo il controllo dei propri istinti ma hanno potuto reintegrarsi velocemente nella società. -E Seattle e Sacramento sono città induiste quanto Roma o Milano: cioè per niente-, dice Kiran Bedi. E al suo progetto nell'Università cattolica sono già in molti a crederci: -La negatività è infelicità e quando si commette il male si è infelici-, spiega l'avvocato Federico Stella, ordinario di diritto penale e organizzatore del convegno. -Su queste considerazioni, che potrebbero apparire ovvie ma non lo sono, costituendo anzi oggetto di approfondite analisi scientifiche, si basa la proposta e l'esperienza di Kiran Bedi-.
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