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Lezione di Kiran Bedi, direttrice di carcere a Dehli
"RECLUSI, VI CURO COL SILENZIO"
Con la meditazione questa donna indiana ha "domato" un inferno di 9.700 detenuti. Caselli: "Da noi è difficile"
di Fabrizio Ravelli
(La Repubblica del 5 luglio 2000)
Milano- Kiran Bedi, la donna indiana che con la meditazione ha domato un carcere di diecimila persone a Dehli, invita dal palco: -E adesso proviamo. Per tre minuti proviamo a stare in silenzio, ad ascoltare il nostro respiro -. L'Aula Magna dell'Università Cattolica ammutolisce. Il direttore di San Vittore Luigi Pagano chiude gli occhi, e con lui il professor Federico Stella, ordinario di Diritto penale. All'estremità del tavolo anche GianCarlo Caselli ascolta il proprio respiro, e medita sui mille guai che di questi tempi gli toccano. Alla fine del piccolo esperimento sembra scettico: -Abbiamo culture così diverse, non so proprio se in Italia potrebbe funzionare-.
Chissà. Comunque non è per niente uno scherzo, questa esperienza che la Cattolica usa come tema per il convegno -La realtà carceraria: riflessioni per un suo superamento-. Kiran Bedi, una donna minuta coi capelli corti neri e uno sguardo trapanante, è un personaggio noto in tutto il mondo. Nel '93 lei era un funzionario dell'Indian Police Service, e le affidarono il carcere di Tihar, alle porte di Dehli. Un posto infernale con 9700 reclusi: uomini, donne, bambini.
Cominciò a far entrare libri e radio, mise in piedi una mensa e un servizio sanitario. Poi, con l'aiuto di un maestro, avviò dei piccoli corsi di meditazione Vipassana, una tecnica vecchia di 25 secoli. All'inizio gruppi di cinque persone, poi dieci, poi cinquanta: detenuti e guardie. L'anno seguente mille persone per volta, sotto un tendone, provarono con la meditazione. Dieci giorni consecutivi di silenzio assoluto: sveglia alle quattro, pasti frugali, esercizi di respirazione.
Un viaggio dentro la propria rabbia e aggressività, verso una coscienza di sè. Kiran Bedi dice che con questi esperimenti le percentuali di recidività sono crollate al 7 per cento e che la vita a Tihar è cambiata radicalmente. Esperienze simili si stanno facendo nelle carceri di Seattle e Sacramento. Si potrebbe provare in Italia? Caselli e Pagano hanno qualche dubbio. Il direttore del Dap pensa piuttosto a circuiti differenziati, con carceri a custodia limitata-. Ma viene da credere che la meditazione sarebbe in genere da praticare, ascoltando Pagano raccontare di una detenuta tossicodipendente morta in carcere: -Il giudice, nella sua ordinanza, scriveva che, essendo tossicodipendente e priva di lavoro, si poteva prevedere che commettesse altri reati. E quindi andava tenuta in galera-.
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