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SPERIMENTAZIONE AL SAN GIOVANNI VECCHIO E ALLE MOLINETTE DI TORINO
La meditazione dei monaci tibetani per i malati terminali e i loro medici
(La Stampa del 27 gennaio 2007)
Non è la "dolce morte". Non è neanche un sostegno a chi si avvicina alla fine. E' un modo diverso di vivere la malattia dentro gli ospedali. Che abbraccia medici e pazienti, malati terminali soprattutto: chi tenta di alleviare le pene di quelli che stanno per andarsene - sapendo di non poterli salvare - e chi sa di non avere speranze.
Lo chiamano accompagnamento spirituale. Tecniche di meditazione zen, empatiche, apprese dai monaci tibetani. Alle Molinette, e al San Giovanni antica sede, le stanno sperimentando. Una volta alla settimana ci si riunisce per meditare, tutti insieme, pazienti e medici: gli uni per capire che la malattia è parte della vita e può essere anche un'opportunità; gli altri per arginare la frustrazione che può assalire chi ogni giorno si occupa di persone destinate a morire. "Si cerca di superare il distacco tra chi cura e chi è curato - spiega la dottoressa Rossana Beccatelli, direttore sanitario del San Giovanni antica sede -. E' un percorso comune, in cui anche la malattia terminale diventa un'esperienza di vita. Non l'attesa della fine". Le statistiche parlano chiaro: nei malati vicini alla fine, soltanto il 30 per cento delle sofferenze sono di carattere fisico. Il resto è disperazione, paura, rassegnazione. "Cerchiamo di ridurre al minimo la sofferenza psicologica. Se ci riusciamo, la qualità della vita, anche nella malattia, migliora. E chi soffre riesce a dare un senso, e a vivere con serenità, il tempo che ha ancora davanti a sé".
A Parma - dove queste tecniche sono già state a lungo sperimentate sotto la guida di Daniela Muggia, tanatologa, e di un medico tibetano - i risultati sono eccezionali. "Stress e senso di impotenza nei medici si sono dimezzati. E così il tasso di assenteismo, che derivava proprio dalla frustrazione di vivere fianco a fianco con situazioni disperate", spiega Daniela Muggia.
La dimostrazione vivente di come anche i tormenti più estremi - del corpo e della mente - possano essere superati, in questi giorni passeggia per Torino, ed è racchiusa sotto la tunica amaranto di Palden Gyatso, un monaco tibetano: 76 anni di cui 38 passati nelle carceri cinesi. Ha subito ogni genere di tortura: la meditazione, e la capacità di trasformare l'odio per chi voleva annientarlo in compassione, l'hanno salvato. Oggi, il suo sguardo sereno parla di un incubo che è alle spalle. E le sue parole riannodano la tragedia dei tibetani con il dolore individuale di ciascuna persona. "La chiave di tutto risiede dentro ogni uomo. Soltanto lui può trasformare la sofferenza in energia positiva".
Negli ospedali torinese stanno cercando di fare tesoro della sua esperienza: imparando che si può vivere il male, il cancro, e la morte con serenità.
ANDREA ROSSI
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