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La meditazione è davvero antidolorifica
Basta un corso di un'ora per imparare una tecnica «mentale» che riduce il dolore
di Elena Meli
(Corriere della Sera del 29 aprile 2011)
MILANO- È un analgesico senza effetti collaterali. C'è bisogno di un po' di
impegno (poco davvero, parrebbe) per imparare a farla bene ma promette di
ridurre il dolore. Stiamo parlando della meditazione: sarebbe in grado di
diminuire dal 40 al 60 per cento l'intensità e il disagio del dolore percepito,
stando a una ricerca americana pubblicata dal Journal of Neuroscience.
ESPERIMENTO – Già altri, in passato, avevano suggerito che la pratica della
meditazione potesse aiutare a ridurre la percezione del dolore. Prima di Fadel
Zeidan e dei suoi colleghi del Wake Forest Baptist Medical Center di
Winston-Salem, in North Carolina, nessuno aveva però spiegato in dettaglio
perché ciò potesse succedere. Zeidan ha coinvolto 15 volontari che non avevano
mai praticato la meditazione in vita loro e li ha fatti partecipare a 4 sessioni
di 20 minuti l'una in cui imparare alcuni metodi di base per meditare; nello
specifico, si tratta della tecnica chiamata “attenzione focalizzata”, in cui ci
si deve concentrare sul respiro allontanando qualsiasi altro pensiero o
emozione. Prima e dopo aver imparato la meditazione, l'attività cerebrale dei
partecipanti è stata misurata attraverso una risonanza magnetica speciale, la
ASL (arterial spin labeling: rispetto alla risonanza standard, consente di
seguire nel tempo processi cerebrali di durata maggiore). L'esperimento, come
sempre quando c'è di mezzo il dolore, ha una vena di sadismo: sotto una gamba
dei volontari veniva applicata una temperatura di circa 50°C per 5 minuti; in
alcuni casi il soggetto era impegnato nella meditazione, in altri no. Oltre a
registrare ogni volta l'attività cerebrale con la risonanza magnetica speciale,
i ricercatori hanno anche chiesto ai partecipanti di indicare quanto dolore
sentissero.
ANALGESICO – «L'effetto è stato evidente: la meditazione, imparata in un corso
di poco più di un'ora, è riuscita a ridurre del 40 per cento l'intensità del
dolore e del 57 per cento il disagio connesso allo stimolo doloroso – spiega
Zeidan –. Un risultato perfino maggiore rispetto a certi farmaci analgesici,
oppioidi e non, con i quali in esperimenti analoghi viene riferito un calo del
dolore intorno al 25 per cento». Un'affermazione da prendere con le pinze,
soprattutto perché i farmaci non vengono usati per curare un dolore intenso ma
passeggero come quello testato sui partecipanti allo studio statunitense, bensì
per trattare fastidi più o meno acuti, ma comunque persistenti. Certo è che la
meditazione riduce l'attivazione di aree cerebrali connesse alla percezione del
dolore, stando ai dati raccolti con la risonanza: la corteccia somatosensoriale
primaria, che serve a “sentire” dov'è il dolore e quanto intenso sia, risultava
praticamente “spenta” se la risonanza veniva fatta mentre c'era lo stimolo
doloroso e il soggetto stava meditando, era invece molto attiva se non meditava.
«Al contrario, la meditazione “accendeva” la corteccia cingulata anteriore, la
corteccia orbito-frontale e l'insula anteriore – aggiunge Zeidan –. In queste
aree il cervello forma la sua esperienza del dolore, rielaborando i segnali
dolorosi che arrivano dai nervi periferici. Più queste zone si attivano grazie
alla meditazione, più la sensazione spiacevole correlata al dolore si riduce.
Uno dei motivi per l'efficacia consistente della meditazione potrebbe essere
proprio il fatto che questa pratica agisce su più fronti a livello cerebrale,
riducendo perciò il dolore a diversi stadi della sua rielaborazione». I dati
dovranno essere confermati, ma i ricercatori pensano che la meditazione possa
avere un grande potenziale per l'uso in clinica: «Ne siamo convinti soprattutto
perché è sufficiente un “allenamento” alla meditazione molto breve per ottenere
un effetto considerevole. Per questo le tecniche di meditazione potrebbero
rivelarsi un valido “analgesico”, un metodo per ridurre significativamente il
dolore senza ricorrere ai farmaci», conclude il ricercatore.
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