ROMA- Hanno da poco chiuso il portellone del modulo "terra-marziano" alle loro spalle e stanno tornando alla civiltà. Sono sei donne, tra cui un'italiana, la milanese Tiziana Trabucchi, che hanno vissuto per 15 giorni in isolamento nel deserto dello Utah (Stati Uniti), come fossero su Marte. La loro missione, chiamata Mona Lisa, fa parte del progetto Mars Analog Research Station (MARS), finanziato dalla Mars Society (una società privata che ha iscritti in 29 Paesi) e patrocinato dalla Nasa, che vuole simulare le condizioni che i futuri astronauti incontreranno durante la permanenza sul Pianeta Rosso al fine di trovare le soluzioni migliori per vivere a lungo su Marte.
Hab e F-Mars (Flashline Mars arctic research station), sono i nomi dei due moduli che ospitano gli equipaggi. Assomigliano a gigantesche lattine bianche con un diametro di 8 metri che stazionano nel deserto dello Utah e sull'Isola di Devon (nord del Canada). Dal 2001 gruppi di "terra-marziani", si alternano per 15 giorni al loro interno conducendo una vita che è del tutto simile a quella che condurranno gli astronauti quando atterreranno su Marte. Durante il giorno non è raro incontrare a qualche centinaio di metri dalle rispettive basi "astronauti" in tuta, che talora cavalcano moto fuoristrada a quattro ruote pensate per muoversi tra le sabbie, le rocce e i ghiacci degli ambienti desertici. Il loro intento è quello di condurre campagne di ricerca come se il deserto o i ghiacciai attorno a loro fossero sconosciuti.
Sia che si trovino tra le sabbie rosse e gialle del deserto americano o tra le colline innevate del Devon, le squadre simulano una rigorosa vita da astronauti marziani: ferrei turni di lavoro e di riposo, campionamenti di rocce e analisi nel laboratorio di base. Una riunione al mattino e una alla sera. Le comunicazioni con il mondo esterno sono ritardate, come se provenissero da Marte quando il pianeta si trova a decine di milioni di chilometri dalla Terra e i segnali radio impiegano 7-8 minuti per raggiungerla. "Stiamo trovando le migliori metodologie utili per selezionare l'equipaggio perfetto", spiega Ephimia Morphew, una psicologa del Johnson Morphew, una psicologa del Johnson Space Flight Center della Nasa, che segue il progetto.
Nel deserto dello Utah le infinite colline di roccia e sabbia che si perdono a vista d'occhio, i colori che mutano sino a incendiarsi al tramonto, hanno fatto da cornice anche all'ultima missione che, per la prima volta, era composta da sei donne. La loro missione aveva tre finalità. Verificare lo stato di stress delle astronaute in una comunità di sole donne, condurre esperimenti su modelli diversi di tute e realizzare missioni geo-biologiche. Un esperimento condotto a termine nel migliore dei modi e i cui risultati saranno confrontati con la missione precedente composta solo da uomini.
La storia di questi anni di lavoro è costellata di imprevisti simulati e reali, come è successo con la tempesta di sabbia avvenuta a maggio dell'anno scorso. "Il vento entra a raffiche attraverso una fessura dell'oblò del piano superiore. Viviamo nel timore che lo possa sfondare", si legge sul diario di bordo di Bjoern Grieger (astrofisico al Max Planck Institute), comandante di uno dei gruppi che hanno trascorso un periodo nello Utah. Un nuovo equipaggio si sta preparando a un altro viaggio che darà modo di affinare più le tecniche per la vera missione marziana nel 2027.
Luigi Bignami
La Repubblica del 20 maggio 2005