I microrganismi fossili sono simili a quelli terrestri
e sarebbero contemporanei dei nostri dinosauri

"C'era vita su Marte, ecco le prove"

La Nasa: trovati batteri su due meteoriti


Non saranno omini verdi scesi da un disco volante, ma almeno microbi marziani sì. Questa volta alla Nasa sembrano proprio sicuri: David S. McKay, 62 anni, geologo del Johnson Space Center, ha trovato tracce di vita fossilizzata su due meteoriti che si ritiene provengano da Marte.
Ma la cosa più sorprendente è che i microfossili marziani simili ai batteri terrestri più primitivi sono relativamente recenti. Quelli trovati in una meteorite caduta nel 1911 a Nakhla, in Egitto, risalirebbero a un miliardo e 300 milioni di anni fa, quando sulla Terra la vita era già ben avviata (anche se non era ancora sbarcata dal mare alla terraferma). Ma addirittura i microbi marziani di un'altra meteorite, trovata nel 1865 a Shergotty, in India, avrebbero un età di appena 165 milioni di anni. Sarebbero cioè contemporanei dei nostri dinosauri.
David McKay divenne famoso nell'estate del 1996, quando annunciò la prima scoperta di presunti batteri fossili originari di Marte in una meteorite raccolta nei ghiacci dell'Antartide. Il clamore, nella scarsità di notizie di Ferragosto, fu grande: la conferenza stampa in diretta su Internet rimbalzò in prima pagina sui giornali di tutto il mondo. Poi la doccia fredda. Molti ricercatori avanzarono seri dubbi sulla natura biologica delle strutture filiformi che McKay interpretava come batteri. Si arrivò a una smentita ufficiale. Ma il gruppo del Johnson Space Center è tenace, ha continuato a lavorare, e ora non solo la scoperta di tre anni fa viene riabilitata, me ecco altre due prove di una primitiva vita marziana.
"La mia opinione - dice McKay - è che questa volta ci troviamo davanti a due veri microfossili provenienti da Marte. Secondo noi sono batteri in fase riproduttiva. La somiglianza con i batteri fossili terrestri è fortissima. E abbiamo anche le prove che le meteoriti in cui sono conservati vengono da Marte. I due punti che ci venivano contestati hanno quindi trovato una risposta".
Guardiamoli, questi batteri di un altro mondo. Hanno il diametro di un decimo di capello e sono lunghi frazioni di millimetro. Rispetto alla struttura amorfa della pietra in cui sono incastonati, si staccano nettamente: appaiono come granelli di polline o come tozzi vermetti dalla forma ben organizzata. In qualche caso si distingue persino una serie di "parti" connesse, proprio come avviene nelle forme biologiche.
Tutto chiaro? Anche gli scienziati più ottimisti invitano alla cautela. Sull'origine delle meteoriti esaminate il dibattito non è chiuso, e comunque potrebbe aver subito contaminazioni terrestri. La struttura organizzata dei microfossili è convincente, ma forse lo è anche troppo, al punto da destare sospetti: possibile che la vita in un ambiente così diverso abbia sviluppato esattamente le stesse forme terrestri? Incertezze sono anche nella datazione: l'età dei microfossili della meteorite di Nakhla oscilla tra 1300 e 700 milioni di anni.
In ogni caso, se questi sono realmente microbi alieni, rimane da capire che cosa è successo in un tempo relativamente breve e recente per trasformare Marte, già ospitale per la vita, in un deserto sterile, dove la temperatura media è di 60 gradi sotto zero, l'atmosfera è estremamente rarefatta e manca totalmente l'ossigeno.
Qualche catastrofe climatica deve aver colpito Marte. Una catastrofe reversibile? Forse, dicono alla Nasa. Un gruppo di ricercatori progetta di inviare sul pianeta rosso batteri (terrestri…) capaci di fotosintesi, in modo da ridare ossigeno all'atmosfera marziana. "Terraforming" è la parola d'ordine. "Terraformare". Ma ammesso che sia possibile, occorreranno secoli, forse millenni.

Piero Bianucci.

La Stampa, 21 marzo 1999




METEORITI MARZIANE
La composizione delle pietre cadute dal cielo
è il segreto che svela da che luogo arrivano

A staccare frammenti di roccia da Marte e a proiettarli nello spazio provvede di tanto in tanto l'impatto di qualche asteroide. Dopo un tempo più o meno lungo, può succedere che alcuni di questi frammenti precipitino sulla Terra. Ma come possiamo sapere che arrivino da Marte? La risposta sta nella composizione isotopica di queste pietre cadute dal cielo. Del carbonio e dell'ossigeno, come di tutti gli altri elementi, esistono diversi isotopi. Si chiamano isotopi di un dato elemento quei nuclei che hanno le stesse proprietà chimiche, ma pesi diversi in quanto contengono un numero diverso di neutroni. Abbiamo così, ad esempio, carbonio 12 (il più comune) e carbonio 14 (più raro, e radioattivo); così come abbiamo ossigeno 16 e ossigeno 17 e 18. Ora, il rapporto tra questi isotopi, è differente sulla Terra e nelle meteoriti, e dipende sia dal luogo di origine sia dal tempo trascorso dalle meteoriti, nello spazio (sotto il bombardamento della radiazione cosmica) prima di precipitare sulla Terra.
Le sonde Viking negli anni 70, e di recente la sonda Pathfinder, hanno permesso di conoscere abbastanza bene la composizione del suolo marziano.
Le meteoriti studiate dalla Nasa hanno composizione isotopica estranea a quella terrestre e tutte le loro caratteristiche portano a Marte. Quanto alle strutture scoperte in questa meteoriti, risultano composte da idrocarburi aromatici policiclici: molecole organiche complesse, che hanno una stretta parentela con le molecole, ancora molto più complicate, tipiche degli organismi viventi.

La Stampa, 21 marzo 1999




PLANETOLOGIA - Marte in polvere
Ormai è certo: milioni di anni fa frammenti del pianata rosso sono caduti sulla Terra.

Gli scienziati ne sono praticamente certi: si tratta della prima visita documentabile che si sia mai ricevuta da Marte. A percorrere i 56 milioni di chilometri che ci dividono da questo pianeta non è però stato il tanto atteso mostriciattolo verde del genere celebrato dal film E.T., bensì un piccolo meteorite grigiastro di circa otto chili di peso e 20 centimetri di diametro. Questa pesante pietra trovata nell'Antartide nel 1979 da un gruppo di ricercatori americani sarebbe il primo oggetto di un altro pianeta a raggiungere la Terra e potrebbe permettere agli studiosi di astronomia planetaria di analizzare per la prima volta in dettaglio la composizione chimica e geologica di Marte. " Fin dall'inizio abbiamo notato differenze tra questa e gli oltre 10 mila meteoriti finora analizzati " spiega Donald Bogard del Johnson Space Center di Houston. " La pietra mostra tracce di un ambiente con ossigeno (cioè di un atmosfera) che mancano nei meteoriti provenienti dalla fascia degli asteroidi ". In base all'analisi radioattiva è stato appurato che la pietra risale a circa un miliardo e trecento milioni di anni fa ed è quindi almeno tre miliardi di anni più giovane di qualsiasi altro meteorite rinvenuto. Data inoltre la sua origine vulcanica gli scienziati suppongono che sia provenuta da un corpo geologicamente attivo fino a poco più di un miliardo di anni fa. E' perciò da escludere che si sia trattato di un asteroide perché questi si sono "raffreddati" molto tempo prima a causa delle ridotte dimensioni. " A qualcuno è persino venuto il dubbio che fosse in realtà una pietra terrestre, ma altri esami hanno rivelato una permanenza nello spazio come corpo separato di vari milioni di anni " dice Bogard. " E nessuno può immaginare come dalla Terra avrebbe potuto prima finire nello spazio e poi tornare indietro ". Considerando l'ipotesi di un'origine planetaria gli scienziati sono così arrivati a escludere prima tutti i pianeti più lontani, a partire da Giove, poi Venere, a causa della densità della sua atmosfera che rende praticamente impossibile la fuoriuscita di qualsiasi oggetto, e infine Mercurio, in quanto la vicinanza del Sole avrebbe inevitabilmente attratto il meteorite in quella direzione. Resta dunque solo Marte.
La settimana scorsa dopo aver analizzato le tracce di gas rimasto (neon, argo, cripto e xeno) Robert Pepin, fisico dell'università del Minnesota, è stato il primo scienziato a dirsi convinto dell'origine marziana della pietra. " Quelli trovati sono tutti gas che esistono in abbondanza nell'atmosfera di Marte " spiega. " In base alle nostre attuali conoscenze ci sono dunque tutti i motivi per credere che questa pietra venga da lì ". Un'altra conferma è venuta dal test condotto da Pepin per stabilire la concentrazione di un isotopo pesante dell'azoto (azoto 15) rispetto a quello più leggero (azoto 14). " A differenza di quella terrestre l'atmosfera di Marte ha un quantitativo molto maggiore di isotopi pesanti " dice Pepin. " E grazie a una analisi spettrometrica (con uno spettrografo di massa, un dispositivo cioè che permette di determinare la massa degli atomi e delle molecole) sui frammenti della pietra abbiamo potuto appurare l'esistenza di una quantità di azoto 15 del 15 per cento maggiore ". In base ai rilevamenti fatti dalla navicella spaziale americana Viking nel suo viaggio attorno a Marte nel 1976, gli scienziati avevano calcolato che la differenza avrebbe dovuto essere ancor più significativa (attorno al sessanta per cento in più), ma secondo Robert pepin questa discrepanza può essere facilmente spiegata da una " contaminazione ".
Una sola domanda rimarrebbe dunque ancora senza risposta: come ha fatto il meteorite ad acquistare la fantastica velocità di cinque chilometri al secondo necessaria per sfuggire all'attrazione gravitazionale di Marte e raggiungere la Terra? L'ipotesi considerata oggi più probabile è che un asteroide di gigantesche dimensioni abbia colpito Marte con una forza tale da scagliare alcuni frammenti nello spazio a grande velocità. Dopodiché questo pezzo di Marte sarebbe stato catturato dal campo gravitazionale terrestre. " Nei componenti radioattivi del meteorite abbiamo effettivamente riscontrato segni di un violentissimo shock subito approssimativamente 180 milioni di anni fa " sostiene Bogard. " Questo proverebbe dunque la teoria dell'impatto di un asteroide ". Una conferma alla validità di questa ipotesi è venuta anche dalla scoperta annunciata dalla Nasa il 15 marzo. Attraverso una meticolosa analisi comparativa con frammenti raccolti sulla Luna dagli astronauti dell'Apollo gli scienziati della Nasa hanno appurato che un altro meteorite, rinvenuto l'anno scorso nell'Antartide, è di origine lunare e che a farlo distaccare dal nostro satellite sarebbe stato l'impatto con un grosso asteroide. " Quest'ultima scoperta dimostra che non tutti i meteoriti che colpiscono la Terra derivano da frammenti di asteroidi o di comete ormai spente " conclude Donald Bogard. " Ma soprattutto conferma decisamente la possibilità che sia stato un asteroide a inviarci questo primo prezioso ospite marziano ".

Claudio Gatti

Panorama, 4 aprile 1983