La sonda Viking non trovò alcun organismo perché si limitò a controllare la superficie del corpo celeste
I marziani? Sono vermi bianchi
Scienziato Usa: forme di vita sul pianeta
I marziani esistono e sono vermi bianchi. E' una tesi provocatoria, quella lanciata a Londra nel corso di una conferenza sul "pianeta rosso", ma non campata in aria. Il fior fiore degli scienziati internazionali è ormai concorde: anche se la sonda Viking non trovò traccia di vita, quando toccò Marte nel 1976, è possibile che forme primitive possano essersi rifugiate nelle viscere del pianeta, alla ricerca di calore lontano dalla superficie ghiacciata e inospitale. Viene addirittura ventilata l'ipotesi - come ha fatto il professor Paul Davies dell'Università di Adelaide - che la vita sulla Terra e su Marte abbiano avuto la stessa origine, miliardi di anni fa: che noi, insomma, siamo imparentati con i vermi di Marte.
A nuove sonde spaziali, in un programma decennale che sarà avviato in autunno, si chiede di confermare queste teorie, rilanciate - paradossalmente - in seguito ad alcune scoperte degli ultimi anni sulla Terra. Si è osservata, per esempio, l'esistenza di forme primitive di vita che non hanno bisogno del sole per sopravvivere, ma che traggono calore ed energia da sorgenti calde sul fondo degli oceani. Ci sono batteri che prosperano nell'ambiente sulfureo di quell'habitat buio. E ci sono animali primitivi - strani vermi bianchi - che di quei batteri si nutrono.
Non è possibile, si domandano ora gli scienziati convenuti a Londra per la conferenza organizzata dalla Fondazione Ciba, che lo stesso accada su Marte?
Le condizioni sul pianeta, ammette Jack Farmer, scienziato della Nasa coinvolto nel lancio delle nuove sonde del programma Pathfinder, "non consentono forme di vita quali noi conosciamo". La superficie di Marte è secca, l'acqua e il biossido di carbonio solidificati in un gelo perenne. Intense radiazioni ultraviolette la sterilizzano di continuo, distruggendo qualsiasi eventuale sprazzo di vita. Ma tre o quattro miliardi di anni fa, egli afferma, quell'acqua era liquida. Poteva esserci vita, quindi: "Un'origine contemporanea a quella della Terra". Ma per trovarla, oggi, potrebbe essere necessario perforare quella crosta di ghiaccio e scendere fino a mille metri di profondità.
A tanto non si potrà arrivare, con la generazione di sonde attualmente allestite. Ma già dall'anno prossimo si tenterà di scavare; per riportare sulla Terra, eventualmente, campioni marziani. Se anche non ci saranno tracce di vita, potranno esserci segni di una vita passata: sviluppatasi, come sulla Terra, attorno a 3,8 miliardi di anni fa. Sarà forse possibile esaminare la "teoria della contaminazione" espressa dal professor Davies. Ancora oggi, egli dice, meteoriti marziane cadono sul nostro pianeta. Ma era una pioggia costante durante la formazione del sistema solare, fra 4,6 e 4,2 miliardi di anni fa. Il primo germe di vita terrestre potrebbe essere arrivato a cavallo di una roccia marziana vagante nella spazio interplanetario. E' questo che potrebbe fare, dei vermi eventualmente sopravvissuti nelle profondità di Marte, un colonia di nostri lontanissimi parenti. O viceversa: sul "pianeta rosso" si potrebbero trovare forme di vita di origine terrestre, anche quelle piovute dal cielo miliardi di anni fa.
Sono ipotesi affascinanti. Ecco allora la ricerca, come auspica il professor Malcolm Walter dell'università australiana di Macquarie, di "colonie gelatinose di batteri" e dei loro resti fossili, gli stromatoliti, simili a quelli della Terra. Egli afferma che se le missioni Pathfinder avranno successo "le implicazioni potrebbero essere non meno importanti della teoria darwiniana dell'evoluzione". Tutto sta a trovare quei vermi bianchi.
Fabio Galvano
La Stampa, 31 gennaio 1996
I marziani sono vermi
Un astrofisico rilancia la teoria della vita sul pianeta
Marte, come una mela bacata, forse è pieno di vermi bianchi brulicanti a un chilometro di profondità, dove le condizioni ambientali sarebbero più tollerabili. Non è finita. Quei vermi potrebbero essere dei nostri lontani cugini. Quattro miliardi di anni fa, quando il sistema solare era neonato, i detriti della nebulosa primordiale bombardavano i giovani pianeti. Molti meteoriti sarebbero rimbalzati da Marte, dove l'evoluzione biologica era già iniziata, per cadere alla fine sulla Terra, dove quelle forme primordiali di vita avrebbero ripreso a svilupparsi.
Teorie di scienziati impazziti? Non proprio. Paul Davies, dell'Adelaide University, ha disegnato questo scenario in una conferenza per la Ciba Foundation. Ed ecco gli argomenti a favore. In effetti di tanto in tanto meteoriti di origine marziana arrivano ancora sulla Terra: sono chiamati "shergottiti". In effetti nelle profondità di Marte potrebbe esserci acqua allo stato liquido in un ambiente a circa 20 gradi grazie al calore liberato da sorgenti termali. In effetti sul fondo dell'Oceano Pacifico si sono scoperte qualche anno fa forme di vita inedite alimentate da sorgenti sulfuree calde.
L'uomo non si arrende all'idea di essere solo nell'universo. Il desiderio di avere fratelli al di là di questo nostro pianeta è così forte che ormai ci accontenteremmo persino della compagnia di orribili vermi ciechi. Sono ipotesi ardite, altamente improbabili, ma non manifestamente infondate.
Paul Davies, astrofisico notissimo per i suoi libri divulgativi sull'origine dell'universo (molti sono tradotti in italiano), non è solo uno specialista di bioastronomia, la scienza che cerca di trovare tracce di vita nello spazio. E' però dotato di grande sensibilità per le suggestioni intellettuali che ricerche come queste possono far nascere. E poi la scienza incomincia con la fantasia e solo dopo va avanti con gli esperimenti.
Questi arriveranno presto. A fine anno due navicelle della Nasa partiranno verso Marte. Una lo scruterà stando in orbita come un suo satellite artificiale e l'altra scenderà per mettere alla prova nuovi strumenti di analisi chimiche del terreno. Poi, nel 1998 e nel 1999, decolleranno altre due sonde e una scaverà fino a mezzo metro nel suolo marziano alla ricerca di tracce di vita, attuali o fossili. come le navicelle "Viking" nel 1976, forse non troverà nulla. Ma la speranza non morirà, perché gli ipotetici vermi stanno rintanati mille metri più sotto. Così ci sentiremo meno soli. E intanto la Ciba avrà avuto qualcosa di meglio di uno spot pubblicitario.
Piero Banucci
La Stampa, 31 gennaio 1996
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