Un miliardo di anni fa

Marte era abitabile

Lo rivela lo studio di una meteorite


I marziani forse sono esistiti davvero, ma si sono estinti un miliardo di anni fa. L'uomo è comparso sulla Terra da appena 3 milioni di anni. Così abbiamo mancato l'appuntamento. Bisogna però aggiungere subito che per "marziani" qui non si intende omini verdi (o di qualche altro colore) dotati di intelligenza, ma soltanto di qualche forma di vita molto elementare: batteri, alghe, esseri rudimentali formati da poche cellule. L'ipotesi è comparsa su "Nature" del 15 dicembre e nasce da ricerche di Monica Grady (Open University e Museo di storia naturale di Londra) su una meteorite trovata in Antartide nel 1984.
Questa pietra piovuta dallo spazio è nota come "Allan Hills 84001" dal nome del luogo dove fu raccolta. In base alla profondità del ghiaccio che la racchiudeva, si stima sia precipitata dodicimila anni fa, dopo aver vagato a lungo tra i pianeti, finché l'attrazione gravitazionale della Terra l'ha catturata. L'analisi del sasso marziano indica che il luogo di provenienza era caldo e umido,un po' come i nostri paesi tropicali ma con una escursione termica fortissima tra estate e inverno: da 0 a 80 gradi. C'era anche acqua ricca di anidride carbonica. Insomma, acqua gassata naturale, una specie di "Ferrarelle", che scorreva sotto la superficie marziana.
Fu la "Belle époque" del pianeta rosso. Oggi Marte è un deserto gelido, con un'atmosfera 100 volte più rarefatta di quella terrestre. Se volete farvi un'idea dell'ambiente, prendete il Sahara, raffreddatelo a 60 gradi sotto zero e portatelo a 25 mila metri di quota, dove non arriva neppure il "Concorde". E' chiaro che nessuna creatura può resistere in un posto così inospitale. Ed è lì che le sonde americane Viking 1 e 2 alla fine degli anni 70 hanno cercato tracce di vita. Invano, naturalmente. Gli scienziati che hanno analizzato la meteorite "Allan Hills" hanno trovato la stessa composizione chimica osservata dalle sonde Viking, ma la pietra conserva, per così dire, la memoria di tempi migliori: ora tiepidi, ora freddi, ora torridi, ma pur sempre tali da non escludere la possibilità della vita.
Molti si domanderanno come diavolo questa pietra marziana sia finita in Antartide, e quali garanzie gli scienziati abbiano sulla sua reale provenienza. Domanda saggia, con risposta che induce alla prudenza.
La grande maggioranza delle meteoriti deriva dal frammentarsi di pianetini che si scontrano tra di loro in quanto affollano, a decine di migliaia, ristrette fasce orbitali tra Marte e Giove. Nell'urto, le schegge si disperdono su traiettorie anomale, che possono portarle a precipitare sulla Terra. Anche i nuclei delle comete esaurite sono forse sorgenti di meteoriti, e certamente di meteore. Perché una meteorite marziana arrivi fino a noi bisogna immaginare che un pianetino si schianti su Marte e lanci nello spazio pezzi di roccia a una velocità superiore e 5 chilometri al secondo, che è la velocità di fuga di quel pianeta. Improbabile, ma non impossibile. Si conoscono, oggi, quattro meteoriti a cui si attribuisce un'origine marziana. Gli astronomi le chiamano shergottiti perché la prima fu vista cadere vicino alla città indiana di Shergotty nel 1865. Studiata da ricercatori della Nasa, quella pietra rivelò proprietà non terrestri e un'età tra 0,6 e 1,2 miliardi di anni. Quando, forse, scrive "Nature", Marte era un paradiso tropicale.

Piero Banucci

TUTTOSCIENZE
"La Stampa", 28 dicembre 1994




Dove cercare la vita?
Forse nel sottosuolo del pianeta

Nel 1976 due sonde americane, Viking 1 e 2, si posarono su Marte attrezzate di un sofisticatissimo laboratorio biochimico allo scopo di analizzare il suolo marziano per verificare la presenza di eventuali tracce di una vita microbica remota. La risposta fu negativa, anche perché si esplorò una zona desertica dove la radiazione ultravioletta solare non schermata per milioni di anni ha sicuramente cancellato qualsiasi traccia di un'eventuale vita sulla superficie marziana.
Da allora due sonde russe, Phobos 1 e 2, e una americana, Mars Observer, che avrebbero potuto contribuire ad approfondire la ricerca sono scomparse nel nulla senza poter compiere la loro missione. Nei prossimi anni altre sonde americane e russe ritenteranno l'avventura in vista dello sbarco umano che potrebbe avvenire intorno al 2030.
Ciò che rende la superficie di Marte particolarmente inospitale per la vita è l'assenza di acqua liquida, quale risultato della bassa pressione atmosferica (b mbar) e della bassa temperatura (-70 °C). Sotto la superficie, a causa del peso del suolo sovrastante, si otterrebbero pressioni atte a liquefare il ghiaccio. Per ottenere invece temperature superiori a 0 °C sarebbe necessaria una sorgente di calore interna, come quella vulcanica. C'è evidenza di una attività vulcanica non troppo remota su Marte in base all'esame di alcune meteoriti di origine marziana come quella di Shergotty (India). La densità delle tracce lasciate dai raggi cosmici nei cristalli di lava meteoritica suggerisce che la lava sia fluita sulla superficie di Marte circa 200-300 milioni di anni fa. E' però improbabile che Marte sia stato vulcanicamente attivo per 4 miliardi di anni e si sia spento soltanto negli ultimi 200 milioni di anni. Bisogna ricordare, a proposito, che su Marte non è mai stata osservata traccia di vulcanismo attivo.
Le regioni polari di Marte, dove esistono cappe di anidride carbonica e acqua ghiacciate, sono certamente le ragioni più interessanti per la ricerca di una eventuale vita primordiale sotterranea, ma il maggiore svantaggio è dato chiaramente dalla mancanza di luce solare necessaria alla fotosintesi. Gli eventuali organismi dovrebbero trovare un'altra strada per fornirsi della necessaria energia vitale. Vi sono però esempi anche sulla Terra di organismi che si sono sviluppati in assenza di luce e di ossigeno.
Nelle grotte di Movile (Romania) si sono trovati 26 tipi sconosciuti di animali che per 5 milioni di anni si sono sviluppati in un ambiente totalmente buio e senza ossigeno, ma ricco di acido solfidrico.
I batteri sotterranei hanno evidentemente imparato a dissociarne la molecola, liberando energia che è poi servita a generare zuccheri quali datori di calorie. Un simile processo è conosciuto sotto il nome di "chemosintesi". E noi sappiamo oggi che l'acido solfidrico è uno dei principali costituenti dei nuclei cometari e delle atmosfere dei pianeti esterni. Anche durante l'impatto recente della cometa SL-9 con Giove si è rilevata una notevole quantità di tale composto non osservato precedentemente su Giove.
La sonda spaziale "Cassini", che visiterà Titano all'inizio del prossimo secolo e vi depositerà strumentazione paracadutata, potrà inoltre verificare se tali meccanismi chimici possano funzionare anche con temperature estreme (-150 °C).
Un altro tipo di chimica potrebbe essere usato dai microrganismi marziani per svilupparsi è quello conosciuto per una classe di organismi terrestri denominati "metanogeni". Essi possono ricavare la loro energia vitale da reazioni che coinvolgono idrogeno molecolare e anidride carbonica per produrre metano e acqua. In questo caso però è necessaria la presenza dell'idrogeno proveniente da un'attività vulcanica.
Supponendo ora che vi sia vita sotterranea su Marte, essa dovrebbe essere completamente isolata dalla superficie per poter sopravvivere. In caso contrario tali ecosistemi non potrebbero mantenere le "salutari" condizioni superficiali. Una struttura ermetica è altamente improbabile in quanto sicuramente vi sono crepe e condotti nel terreno marziano che porterebbero inevitabilmente le spore viventi verso la superficie, ma in quantità non sufficiente per essere svelate dalle apparecchiature Viking.
Forse in futuro una strumentazione molto più sofisticata e in grado di misurare in profondità potrà verificare tali possibilità. In ogni caso se vita vi è stata o vi è nel sistema solare, al di fuori del pianeta Terra, Marte è il posto più adatto per cercarla e l'importanza di tale ricerca rende l'esplorazione di Marte l'obiettivo principale della scienza del XXI secolo.

Cristiano B. Cosmovici
Cnr, Istituto di Fisica dello spazio.

TUTTOSCIENZE
"La Stampa", 28 dicembre 1994