LA SCIENZA E LA ZOOFARMACOGNOSIA: CURIAMOCI
IMPARANDO DAGLI ANIMALI


La zoofarmacognosia: La ricetta delle scimmie

Il mio dottore? Una scimmia

Il medico: una chance per i nuovi farmaci

L'etologo: gli insegnamenti di un gatto







IL MIO DOTTORE? UNA SCIMMIA
Ricerca inglese: curiamoci copiando gli animali

Dai cani agli scimpanzè una miniera di conoscenze sulle capacità
terapeutiche di piante e sostanze naturali.
Una scienziata: così ho alleviato i miei dolori
grazie alla scoperta di cocktail di erbe

(LA STAMPA - 25 febbraio 2002)

Dice Cindy Engel di stare meglio grazie all'istintiva saggezza praticata dagli animali: visto che i medici non avevano idea di come alleviarle la sofferenza della sindrome da fatica cronica, da brava biologa quale è, si è messa a studiare scimpanzè, elefanti, pecore e cani ed è arrivata alla provocatoria conclusione che dobbiamo imparare da loro le tecniche per autocurarci. - Ho scoperto una serie di esempi straordinari e ora un gruppo di ricercatori sta ideando una nuova scienza, la zoofarmacognosia -, ha spiegato la professoressa inglese della Open University alla rivista -New Scientist-, mentre il suo libro - Wild Health - seduce un pubblico ossessionato dalla forma e dal biologico. La sua sindrome è decisamente migliorata grazie a nuovi - cocktail di erbe - e l'esito fausto l'ha spinta a chiedere una mobilitazione generale per liberare dal ghetto quella scienza neonata e allargarne gli studi: avremo una nuova generazione di farmaci naturali-alternativi, direttamente ricavati dall'arcaica memoria collettiva che ha consentito la sopravvivenza e l'evoluzione delle specie?
Ovviamente si, risponde lei con irrefrenabile impulso romantico. E cita l'esempio virtuoso dei Masai, instancabili osservatori dei comportamenti di animali grandi e piccoli: - Le loro tribù hanno una dieta molto ricca di proteine, eppure non soffrono dei disturbi che l'eccesso di carne provoca in noi occidentali, a cominciare dai problemi cardiocircolatori. Il trucco è che hanno imparato a ingoiare una serie di piante ed erbe dal potere antiossidante. Nella nostra dieta, invece, le abbiamo cancellate e sostituite con gli aromi e i conservanti. E ne abusiamo -.
Faremo meglio - dice lei - a meditare su Hugo, l'acuto scimpanzè del parco dio Gombe in Tanzania, che ha stupito gli etologi per l'abitudine di arrotolare le foglie amarissime della aspilia rudis e di ingoiarle intere: così, con quel potente antibatterico, si cura le fitte del mal di stomaco. C'è da imparare da un babbuino dell'Etiopia che utilizza foglie di balanites aegypticaper liberarsi dalle infezioni intestinali. Oppure dagli elefanti Kenyoti che si preoccupano di migliorare i processi metabolici con ricorrenti cure di sodio: vanno a procurarselo nelle grotte dell'Elgon, un vulcano estinto. Altri insegnamenti arrivano dalle pecore delle Shetland, tanto astute da salvarsi dall'osteoporosi spezzettando i gusci di alcuni uccelli, dai cani che ricorrono all'argilla per liberarsi dagli attacchi dei virus, dai cervi canadesi capaci di vincere l'insonnia con un lichene narcotico, dai giaguari che sanno trovare i semi di ayahuasca per eccitare i sensi prima della caccia.
I critici sostengono che ogni tanto Cindy Engel si lascia andare a entusiasmi eccessivi e a fantascientifici scenari di un'arca di Noè al contrario, con l'umanità salvata dagli animali. E tuttavia ritengono che l'idea che la anima è non solo nobile, ma brillante: sono d'accordo con lei nel riconoscere che noi umani siamo tutt'altro che adatti all'alimentazione che ci siamo imposti, mentre gli animali (quelli allo stato selvaggio) sono riusciti a mantenersi molto più in salute grazie a diete intelligenti. Non è imbarazzante pensare che uno scimpanzè qualunque si ciba e si autocura con 123 tipi di vegetali, mentre i tre quarti del nostro cibo provengono da appena 12 varietà di piante?


Gabriele Beccaria

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IL MEDICO: UNA CHANCE PER I NUOVI FARMACI
Con i test tanti vantaggi per l'essere umano

(LA STAMPA - 25 febbraio 2002)

Le scoperte sul rapporto animali-guarigione mi sembrano molto interessanti e possono avere notevoli conseguenze: sfruttarle è un'idea geniale-. Paolo Bellavite, chirurgo e specialista di ematologia, è responsabile dell'Osservatorio per le medicine complementari al dipartimento di scienze morfologico-biomediche dell'Università di Verona.

La ricercatrice inglese Cindy Engel sostiene che gli animali possono insegnarci l'automedicazione: secondo lei come si può arrivare a risultati concreti, utili anche per gli esseri umani?

- Partiamo dalla considerazione che in qualsiasi organismo vivente è possibile individuare una serie di meccanismi che spinge all'autoguarigione. Negli animali questo è evidente già a partire dai sensi, in genere molto più sviluppati dei nostri: due esempi classici sono la vista nell'aquila oppure l'olfatto nei cani. In questo modo sono in grado di individuare una serie di sostanze utili in caso di malattia. Perchè, allora, non sfruttare queste scoperte e cominciare ad eseguire dei test in natura? Si potrebbero liberare alcuni animali malati in un determinato ecosistema e studiare come si comportano, che cosa cercano, di che cosa si nutrono e, allo stesso tempo, affiancare loro un gruppo di esemplari sani. Dal confronto potrebbero emergere piante e sostanze che effettivamente alleviano i sintomi della malattia oppure, addirittura, la curano. Da lì potrebbe partire la fase successiva, quella della ricerca applicata all'uomo-.

Ritiene che questo significhi allargare l'ambito delle cosiddette medicine naturali?

- Lo sosteneva già Ippocrate: la medicina ha finito per dimenticare una serie di conoscenze antichissime e, quindi, è necessario esplorare in modo approfondito l'universo delle piante, delle sostanze e dei principi naturali, concentrandosi sulle loro caratteristiche e di conseguenza sulle loro qualità curative. La ricerca deve spingersi fino alle leggi biologiche e ai meccanismi evoluzionistici che hanno permesso il successo di determinate specie. Noi esseri umani abbiamo affievolito capacità e percezioni che altri esseri viventi hanno invece mantenuto e sviluppato, spesso fino a soglie straordinarie. Non è un caso, come dicevo all'inizio, che in qualsiasi organismo ci sono meccanismi determinanti per scatenare l'autoguarigione-.


Antonella Mariotti

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L'ETOLOGO: GLI INSEGNAMENTI DI UN GATTO
I suoi segreti racchiudono lezioni di vita

(LA STAMPA - 25 febbraio 2002)

Se decidessimo di fare una gara di sopravvivenza e ci paracadutassimo sulla solita isola deserta, senza essere sei botanici, potremmo scoprire quali piante sono commestibili e quali invece velenose. Ma come? Basterebbe seguire il comportamento della comunità di gorilla. In questo modo potremo evitare di cibarci di piante con alcaloidi tossici -. L'etologo Giorgio Celli sottolinea come lo studio degli animali permette di riappropriarsi della natura e dei suoi segreti.

Quali elementi utili si possono scoprire dagli animali per apprendere l'arte dell'automedicazione?

- Senza dover andare molto distante è sufficiente analizzare il gatto che vive con noi in casa: quando vuole vomitare, mangia erba e noi, quando abbiamo problemi di stomaco, possiamo assumere sostanze emetiche che hanno la stessa funzione. E dai gatti, poi, possiamo prendere spunto per avere indicazioni sulla dieta: qualunque felino si alimenta finchè ha fame e non finchè c'è del cibo a disposizione -.

Quindi, si possono innanzitutto apprendere abitudini di vita più corrette e più salutari?

- Innanzitutto gli animali domestici ci insegnano io comportamenti da evitare. I gatti in virtù dell'evoluzione, sono grandi mangiatori di carne. Ma è proprio questa "abitudine" a rivelarci che mangiare troppa carne è dannoso. Così, i felini ci spronano inconsapevolmente a essere più vegetariani, abbassando drasticamente quelle statistiche che parlano di un consumo procapite di 100 chili di carne l'anno -.

Impareremo a curarci meglio anche convivendo con gli animali?

- Sicuramente: la compagnia di un animale rappresenta un farmaco per l'uomo: funziona come tranquillante e, per esempio, seda l'ipertensione. Un gruppo di medici di Montpellier ha dimostrato che, se un anziano durante la convalescenza da infarto accarezza un gatto e gli vive accanto, ha sicuramente minori possibilità di ricaduta -.

Parlando di animali allo stato selvaggio, quanto influisce l'ambiente sulle loro capacità di curarsi?

- Molto. E' ovvio che a contatto con la natura e lontano da qualunque forma di inquinamento gli organismi siano favoriti, a cominciare dalla respirazione. E infatti le pratiche yoga lo confermano. La natura selvaggia permette un effetto di rilassamento generale -.


Giampaolo Marro

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RICERCA: LA RICETTA DELLE SCIMMIE

Si chiama zoofarmacognosia ed è la scienza che studia le capacità dei primati di sfruttare l'ambiente per curarsi. Così, copiando i rimedi naturali adottati da gorilla, scimpanzé e colobi, gli umani imparano a riconoscere medicine dall'efficacia davvero sorprendente.

(La Repubblica - 26 ottobre 2002)

Con i finanziamenti per la biodiversità previsti dopo la Conferenza di Rio nel '92, il Centro internazionale per la ricerca medica di Franceville, nel Gabon, ha aperto la "Stazione di studio di gorilla e scimpanzé" dove sono state scattate queste foto. Qui i primatologi possono osservare come le scimmie sfruttano il proprio habitat per curarsi, e capire se quello che fa bene a loro potrebbe far bene a noi. Trent'anni fa, Jane Goodall documentò il primo caso di automedicazione animale. Nel Parco nazionale di Gombe, vide scimpanzé saggiare vari tipi di arbusti, scegliere delle foglie, piegarne a fisarmonica e inghiottirne fino a 20 senza masticare, dopo averle tenute brevemente sulla lingua. Dopo alcuni giorni, gli escrementi delle scimmie contenevano meno vermi. (Ci rendiamo conto di scrivere sciocchezze, e purtroppo non finiscono qui: ma la zoofarmacognosia, la scienza di come gli animali si curano, è fatta di osservazioni sul campo. Siccome i ricercatori non possono chiedere al paziente come sta, devono dedurlo da quanto lascia dietro di sè).
Le foglie più popolari erano quelle dell'Aspilia, dal gusto così sgradevole che le scimmie arricciavano il naso. Nel 1985, il biochimico Eloy Rodriguez ipotizzo che il beneficio derivasse dalla tiarubrina, un agente battericida e fungicida recentemente scoperto nell'Aspilia e in altre piante usate nella medicina locale (umana).
Ma la tiarubrina si trova nelle radici e solo in quantità minima nelle foglie. Quanto alla maggioranza delle foglie di altri vegetali esaminati, contenevano centinaia di composti attivi, ma efficaci non contro i parassiti. Nel 1995 Richard Wrangham ipotizzo che il principio attivo fosse non una sostanza chimica, ma l'"effetto Velcro" o "effetto scovolino". Le foglie predilette sono irsute e i loro peluzzi terminano a uncino. Nelle pieghe di quelle espulse, restano impigliati vermi, larve e uova. La purga è quindi di tipo meccanico. Mike Huffman ha scritto che scimpanzé e gorilla in dieci diverse regioni dell'Africa si danno una ripulita meccanica con ben 34 specie vegetali. In particolare all'inizio della stagione delle piogge quando aumentano le infezioni da vermi.
Nelle montagne di Mahale, non lontano dal Gombe, Huffman ha visto una femmina di scimpanzé che stava in disparte e dormiva di giorno, mentre i compagni si procuravano il cibo. Svegliata dalle grida del suo piccolo, si era mossa lentamente e con riluttanza. Se fosse stata in buona salute, invece, si sarebbe precipitata da lui. Huffman ne annotò "l'urina scura, le feci molli, l'andatura con la schiena irrigidita", e la seguì "mentre si trascinava fino ad arbusti di Vernonia amygdalana, dalle foglie così amare che normalmente le scimmie ne stanno alla larga. La femmina strappo alcune piante, staccò le foglie e sbucciò il gambo, prima di masticarne a lungo il midollo...Per il resto della giornata la femmina si appisolò spesso, e si costruì molto presto una cuccia per la notte. L'indomani mattina era ancora visibilmente debole, si fermava spesso a sedere e a riposare, ma dopo una lunga siesta pomeridiana sembrò riprendersi. Correva veloce nella foresta... le era tornato l'appetito". L'articolo di Huffman incuriosì gli etnobotanici, che fanno ricerca sulle piante medicinali nelle culture pre-industriali. Scoprirono che le tribù delle montagne usavano la Vernonia contro la dissenteria e altri problemi intestinali. Nel gambo vennero identificate sostanze micidiali per molti microbi e altre con proprietà antitumorali. Invece le foglie e la corteccia risultarono velenose. "La scimpanzé" conclude Hoffman "aveva scelto non solo la pianta giusta, ma la parte giusta, efficace e non tossica".
Eloy Rodriguez è stato fra i primi a prevedere l'interesse delle aziende farmaceutiche. Ora riceve molti finanziamenti per studiare "fitochimica ed etnofarmacognosia comparata". Un suo collega, il biologo John Berry, è un esperto della dieta dei gorilla di montagna. Prova su di sè quasi tutto quello che loro mangiano, perfino il legno imputridito. Ritiene che la longevità dei gorilla potrebbe essere merito di una dieta ipocalorica a base di frutta e fibre. Berry sta analizzando il frutto dell'Aframomum sanguineum, un arbusto della famiglia dello zenzero che cresce in Uganda. Piace molto ai gorilla e ai bambini, che lo raccolgono e lo vendono o lo barattano. Il frutto protegge da infezioni e da vari tipi di Pseudomonas, ma non è chiaro se lo fa di per sè, o in associazione ad altre piante consumate sia dalle scimmie che dalla gente. Thomas Struhsaker dell'università Duke, nella Carolina del Nord, mappava gli spostamenti dei colobi rossi di Pennant sull'isola di Zanzibar, quando la gente gli disse che le sue scimmie rubavano il carbone per mangiarlo. Secondo Struhsaker, non trovando carbone in natura, i colobi se lo procurano nei campi dopo che i contadini li hanno incendiati, oppure con scorrerie notturne nei forni dei villaggi. Spesso vengono colti nelle capanne, il sabato sera e alla vigilia delle feste, dopo che gli umani hanno cucinato anche per l'indomani.
Tempo fa i carboni attivi erano prescritti contro l'areofagia in Europa e in America, ma non a Zanzibar. Oggi l'abitudine al carbone, fra i colobi, è trasmessa dalla madre ai figli e, come negli altri primati, i giovani maschi sono meno ubbidienti. David Cooney, dell'Università del Wyoming, ha analizzato la dieta di maschi e femmine, trovando un eccesso di fenoli e tannini nelle foglie predilette. Il carbone attivo venduto in farmacia assorbe principalmente i fenoli, quello più andante dei colobi è due volte meno efficace, ma in compenso non sembra cancerogeno, stando a Cooney che ha praticato decine di autopsie. Fra i colobi carbonofagi, si assiste a un'esplosione demografica: "Con quasi 700 scimmie al chilometro quadrato è la più alta densità mai registrata al mondo", scrive Struhsaker. Con una dose media di carbone sui cinque grammi al giorno, hanno il pelo più lucido, meno parassiti, meno mortalità infantile e un successo riproduttivo che li rende sempre più spavaldi.


Sylvie Coyaud

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